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Il burnout non è solo nella testa. Inizia nel corpo.

  • Immagine del redattore: Redazione RS Wellbeing
    Redazione RS Wellbeing
  • 20 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 21 gen

Perché molti conflitti nascono dalla stanchezza del corpo (non dal carattere)

Negli ultimi anni parliamo sempre di più di burnout, stress, fragilità emotiva. Ma spesso stiamo guardando il problema dal punto di vista sbagliato.

Perché quello che chiamiamo “crollo emotivo” è molto spesso il risultato di un crollo fisico che corrisponde ad una bassa resistenza del corpo.


Quando il corpo è stanco, anche la mente cambia modo di funzionare.

Non è un’opinione. È la scienza a dirlo.



Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo stress lavoro-correlato è uno dei principali fattori di rischio per la salute nei paesi industrializzati. Secondo l’American Psychological Association, l’esposizione prolungata a stress cronico compromette la capacità decisionale, la memoria e la regolazione emotiva. Secondo studi pubblicati su Nature Neuroscience e Harvard Medical School, la stanchezza cronica altera il funzionamento della corteccia prefrontale, cioè la parte del cervello che ci permette di:

• ragionare

• inibire reazioni impulsive

• valutare conseguenze

• mettere in prospettiva


Quando questa area è affaticata, non diventiamo “più emotivi”.

Diventiamo meno regolati.


Non siamo più aggressivi. Siamo meno regolati.

Molti conflitti sul lavoro non nascono da divergenze reali. Nascono da stati fisiologici alterati.


Quando il corpo è in sovraccarico:

• aumenta la reattività

• diminuisce la tolleranza

• si riduce la capacità di ascolto

• aumenta la lettura minacciosa degli stimoli

Questo non è un problema di carattere. È un problema di neurofisiologia.


Il sistema nervoso stanco entra più facilmente in modalità difensiva.

E in modalità difensiva:

– interpretiamo gli altri come attacchi

– leggiamo ambiguità dove non ci sono

– reagiamo prima di comprendere

Non perché siamo cattive persone. Ma perché il nostro sistema è in modalità sopravvivenza.


La maggior parte dei conflitti non è relazionale. È metabolica.

Per comprendere davvero cosa significa, basta farsi una domanda semplice:

quando è che ho reazioni emotive e comportamenti che non riconosco come “miei”?


Di solito accade quando sono stanco.

Quando ho dormito poco.

Quando sono sotto pressione da troppo tempo.

Quando non ho recuperato.


In quei momenti non divento improvvisamente una persona diversa.

Divento meno regolato.


Il mio sistema nervoso entra in modalità difensiva.

La soglia di tolleranza si abbassa.

La capacità di ascolto diminuisce.

La reattività aumenta.


Non perché sono “più emotivo”. Ma perché sono meno stabile fisiologicamente.

La capacità di essere lucidi, pazienti, empatici, presenti dipende da:

• livello di energia

• qualità del sonno

• regolazione del respiro

• stato del sistema nervoso

• equilibrio ormonale


Quando queste dimensioni sono compromesse, anche le migliori competenze relazionali saltano. Non perché non le possediamo. Ma perché non siamo in grado di usarle.


Il grande equivoco: confondere reazione e identità

Uno degli errori più gravi che facciamo è questo:

scambiamo una reazione fisiologica per un tratto di personalità.

Diciamo:

“È aggressivo.”

“È fragile.”

“È difficile.”

“È instabile.”


Ma spesso dovremmo dire:

“È stanco.”

“È sovraccarico.”

“È in esaurimento.”

“È in allerta costante.”

Quando il corpo è in allarme, la mente costruisce narrazioni per giustificarlo.

E quelle narrazioni diventano conflitti.



Il burnout non è debolezza. È collasso di regolazione.

Dal punto di vista biologico, il burnout è una perdita di capacità di autoregolazione.


Il sistema nervoso:

• non riesce più a recuperare

• non riesce più a stabilizzarsi

• non riesce più a tornare in equilibrio


E quando questo accade:

– le emozioni diventano incontrollabili

– le relazioni diventano faticose

– il lavoro diventa insostenibile

Non per mancanza di motivazione. Ma per esaurimento strutturale.


Le organizzazioni curano il sintomo, non la causa

Oggi molte aziende investono in:

• formazione relazionale

• comunicazione non violenta

• leadership empatica

• gestione dei conflitti

Tutto giusto.


Ma se non si lavora anche sulla base fisiologica, questi strumenti diventano fragili.

È come chiedere a un cellulare al 2% di batteria di fare un aggiornamento software.


Il corpo è il primo strumento di leadership

Una persona non è un cervello che cammina. È un sistema integrato.

E il corpo è il primo strumento di:

• presenza

• lucidità

• stabilità

• ascolto

• decisione

Se non alleniamo il corpo a reggere, chiediamo all’anima di fare miracoli.


Perché questo tema è centrale nel Wellbeing Innovation Day


Il nostro lavoro parte da qui:

non insegnare alle persone a “comportarsi meglio”, ma a stare meglio strutturalmente.


A conoscere il proprio funzionamento.

A leggere i propri segnali.

A intervenire prima che sia tardi.

A non identificarsi con una reazione fisiologica.


Non per diventare più buoni. Ma per diventare più stabili.


E oggi, stabilità interna = competenza strategica.



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